The Cure at Firenze Rocks Festival, Italy (June 14, 2026)
- Alone
- Pictures of You
- High
- A Night Like This
- Lovesong
- Secrets
- Just Like Heaven
- Treasure
- Want
- A Fragile Thing
- Burn
- Fascination Street
- alt.end
- Push
- In Between Days
- Play for Today
- A Forest
- Trust
- From the Edge of the Deep Green Sea
- Endsong
— Encore —
- Lullaby
- The Walk
- Let’s Go to Bed
- Mint Car
- Friday I’m in Love
- The Lovecats
- Close to Me
- Why Can’t I Be You?
- Boys Don’t Cry
■ The CureThe Cure are an English rock band formed in Crawley in 1976 by Robert Smith (vocals, guitar) and Lol Tolhurst (drums). As of 2026, the band’s line-up comprises Smith, Simon Gallup (bass), Roger O’Donnell (keyboards), Jason Cooper (drums) and Reeves Gabrels (guitar). Smith has remained the only constant member throughout numerous line-up changes since the band’s formation.
written by Paolo Bardelli, Kalporz; translation courtesy of Google
Whenever I write about The Cure, I get teary-eyed and a bit melodramatic—what can you do? That’s just how it is. Having to revisit the emotional resonance a music fan feels for a band that shaped their upbringing and their life always runs the risk of becoming overly sentimental. So, this time, I’d like to recount the Sunday of Firenze Rocks 2026 in bullet points—a more schematic approach, though no more objective for it. We’re living in the age of AI; if we don’t inject a bit of imagination and praiseworthy subjectivity ourselves, we’re done for, don’t you think? So, here are my stream-of-consciousness impressions—while also touching, here and there, on the day’s other bands, especially a truly massive, mind-bending set by Mogwai.
Original Italian text:
Quando scrivo dei Cure divento lacrimevole e un po’ retorico, che volete farci, è così. Dover ogni volta riprendere fuori il costrutto emotivo che si muove dentro a un appassionato di musica rispetto a quello che è uno dei gruppi della propria educazione, della propria vita, rischia la stucchevolezza. Quindi stavolta vorrei raccontare la domenica del Firenze Rocks 2026 per punti, in maniera più schematica ma per questo non più oggettiva. Siamo nel mondo dell’AI, se non ci mettiamo anche noi a dare un po’ di fantasia e di lodevole soggettività è finita, non credete? Queste sono dunque le impressioni, a ruota libera, tenendo conto che – sempre random e a spot – devo parlare anche delle altre band della giornata, soprattutto di un grandissimo set, intrippantissimo, dei Mogwai.
Bando alle ciance, via.
– Mi dispiace per Perry Bamonte: nell’ultima venuta nel 2022 l’avevo coperto di insulti nel live report, e purtroppo è scomparso a dicembre 2025 e rileggendolo mi sono sentito un po’ in colpa. Bamonte è stato sostituito in questo tour da Eden Gallup, figlio non dobbiamo nemmeno dire di chi: Eden ha fatto quello che doveva fare, con anche una stecca evidente con il pianoforte di “Trust”
– Robert era in forma, ma forse leggermente meno delle ultime volte. Vocalmente sempre strepitoso, non ha però “osato” ad andare a prendere i passaggi vocalmente più in alto, ma un po’ chissene;
– Prima dei Cure i Mogwai sono stati enormi: li avevo sempre visti in club, in questa dimensione davanti a 40mila persone ti entrano nello stomaco. Doppietta fantastica perché – se ci pensate bene – le intro classiche di due minuti dei Cure sono fatte, in fondo, della stessa materia delle canzoni dei Mogwai;
– è stato un concerto allegro dei Cure: dimenticatevi il Robert Smith “musone”, non lo è più da un po’ e questo si sa ma davvero ora è ultra-sollevato, irradia un essere in pace con il mondo che solleva. Giocoso;
– cura nella scaletta come sempre maniacale, con alcune chicche tra cui su tutte “Secrets” da “Seventeen Seconds”, per ricordare a tutti gli atomi fondanti del loro animo dark;
– dopo 30 anni abbiamo assistito allo sdoganamento definitivo di “Wild Mood Swings” (1996), album da sempre considerato (a ragione) sottotono e laterale, ma che domenica è stato saccheggiato in maniera mirata di brani che meritano rivalutazione: l’onnipresente “Want”, la spensierata “Mint Car” (suonata al tempo al Festivalbar!), e il tesoro sommerso “Treasure”, quest’ultima una bellissima reprise;
– la canzone più riuscita della serata? Beh, “Burn” è stata un rullo compressore, ma anche “Push” si è difesa bene;
– Reeves Gabrels è e sarà sempre un innesto innaturale nei Cure, ma funziona sempre. È come avere Nels Cline nei Wilco, uguale;
– ho finito le frasi, gli aggettivi, le parole per Simon Gallup. Non è un uomo, è un personaggio mitologico al pari dell’Eddie che aveva sulla maglietta (degli Iron Maiden). È fatto di un’altra materia rispetto alle nostre cellule, dev’essere così. Anzi: è sicuramente così;
– The Twiling Sad devono essere dei simpatici guaglioni: io è la terza volta che li vedo prima dei Cure, loro se li portano sempre dietro come se fossero il cagnolino di famiglia, ma io non ricordo mai un pezzo loro che sia uno, tutti i loro brani mi sembrano ogni volta eternamente uguali e monocordi. Sorry: sono una delle band più pallose che io abbia mai sentito;
– peccato essermi perso i Just Mustard, band che noi di Kalporz seguiamo sempre con smisurato interesse (qui recuperate la rece di ““Heart Under” del Lippolis che era “Questo Spacca!”). Ma non si poteva fare uno scambio di orario tra Twiling Sad e Just Mustard?
– il mio undicesimo concerto dei Cure mi ha lasciato, alla fine, come quel groppo in gola che non va né su né giù di “Ovosodo”. Avete presente?
Ma quando cresceremo?
(Paolo Bardelli)

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